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 Lettera aperta di Guido BERTOLASO Riduci

 

Lettera aperta di Guido Bertolaso alle donne e
agli uomini della Protezione Civile
Lettera aperta alle donne e agli uomini della Protezione Civile. Da oltre una settimana,
sono diventato oggetto di due diverse iniziative giudiziarie.
La prima, dei giudici del Tribunale di Firenze, che stanno indagando su di me per
capire se sono corrotto, corruttore, amico di corrotti e corruttori ed anche se, grazie
al mio ruolo, in questa veste di amico, conoscente, sodale con persone disoneste io
ne abbia favorite alcune in cambio di denari, servizi e prestazioni sessuali.
Fin qui la magistratura. Nulla da eccepire a che la magistratura indaghi su tutti e chiunque, me
compreso, perché è il suo lavoro, perché il controllo della magistratura è importante in un sistema
democratico, perché è giusto che chi commette reati venga indagato, poi se del caso imputato,
giudicato e condannato o assolto. Discuto, invece, come tutti coloro che si sono trovati nella
situazione nella quale ora mi trovo, sul sostanziale silenzio che sembra generale consenso che
copre la diffusione di carte, registrazioni, documentazione raccolta dai magistrati a fini processuali,
ancora ovviamente tutta da verificare, che arriva alla stampa e ai media.
Su questo fronte si apre la seconda iniziativa giudiziaria di cui sono oggetto. Da giorni i giornali
titolano non sospetti su di me, ma certezze, pubblicano intercettazioni usandole non come
elementi indiziari ma come prove di colpe commesse, di fatto dando una immagine complessiva
della rete dei corrotti e corruttori, di cui sarei parte, magari non proprio protagonista, ma
sicuramente parte.
Così a pagina 1 campeggia una mia fotografia e a fianco si racconta di tizi che ridono tra loro al
telefono sulla sciagura in Abruzzo che darà per certo a loro occasioni di affari. In altra pagina
un’altra mia fotografia accompagna articoli in cui si parla di Tizio e di Caio, delle loro telefonate,
dei loro affari, dei loro comportamenti che li dipingono come l’ennesimo giro di furbetti
malavitosi.
Tutto ciò avviene mentre la magistratura sta ancora, semplicemente, indagando, per capire se ci
siano elementi per trasformare i sospetti in prove.
Il secondo procedimento giudiziario si chiama giustizia sommaria, si chiama fango gettato nelle
pale del ventilatore, si chiama diffondere illazioni, interpretazioni, accuse, pseudocertezze,
precondanne e stigmate di malavitoso addosso a chi non ha altro strumento per difendersi che la
propria storia, la propria pretesa innocenza, l’inservibile appello alla verità. Nei processi mediatici
la verità è l’ultima cosa che interessa, si cercano emozioni, pruderie, notizie sfiziose sui difetti, le
debolezze, le leggerezze, ma soprattutto si cerca e si riesce, gettando fango, di sfigurare il profilo
di ogni persona investita da questa tempesta provocata ad arte. L’innocente e il colpevole
diventano irriconoscibili, sotto la maschera inzaccherata, e l’accusa trionfante diventa il verdetto:
"Sono tutti sporchi uguale!".
Ho provato, in questi giorni, l’angoscia, il senso di ingiustizia, di devastazione, di perdita totale e
senza eccezione delle tante persone che abbiamo soccorso dopo che le loro case erano state
invase da fiumi di fango. Ti guardi intorno e vedi che ogni cosa della tua vita è sommersa, ricoperta
da una patina untuosa e maleodorante. Se ti sposti, da lì, incontri lo sguardo tra la compassione
per il disastro, il disappunto per la tua presenza sporca, un brivido di distinguo, di diversità
soddisfatta che separa chi guarda da chi è stato colpito.
So, per averlo convissuto troppe volte, che chi è vittima di una catastrofe – in altri tempi avrei
detto "naturale o "antropica", e sapete bene la distinzione; oggi dico azione con intenti distruttivi
premeditata e voluta – ha come primo bisogno di esser tolto dal fango, poi di essere aiutato a
smaltirlo, poi aiutato a pulire ciò che si può pulire e a gettare ciò che si è rovinato in modo
irrecuperabile. Dopo comincerà il percorso verso il "rientro alla normalità", che come ho sempre
detto non è mai un ritorno, perché al prima non si torna mai, ma un viaggio difficile e incerto verso
una normalità diversa e nuova, che bisogna volere e cercare evitando la trappola di immaginare
che il tempo, andando avanti, possa fare il miracolo di tornare indietro.
Il processo della magistratura comincerà quando i magistrati vorranno e avranno elementi per
decidere. Nei loro confronti, in attesa delle loro domande e delle loro conclusioni, non ho
problemi a passare il tempo per raccogliere i tanti elementi che possono facilmente dimostrare la
mia estraneità ai fatti.
Il processo mediatico, gestito al di fuori di ogni regola del diritto, se non quello preteso e finora
ottenuto dai giornalisti di essere liberi di pronunciare sentenze – se non di colpevolezza, di
indegnità morale, cosa ancora più grave – non si può affrontare illudendosi che bastino elementi di
verità a fermare il fango. Il danno c’è stato perché sono stato oggetto di voci, dicerie, illazioni,
sospetti non dimostrati e non dimostrabili. "La calunnia è un venticello...": se è arrivata ad essere
aria d’opera lirica questa verità sulla maldicenza e sul giudizio sommario emesso sulla moralità e
dignità di una persona ha storia troppo lunga per trovarmi impreparato.
Come un alluvionato, mi trovo a patire sofferenza, rimpianti, strazianti ricordi e a misurare con la
mente l’abisso che un semplice fatto ha scavato tra la mia vita normale e questi giorni di pubblico
ludibrio, di autorizzazione data a chiunque di sentenziare su di me e sul mio operato.
In più, il fango nel ventilatore e coloro che a secchi alimentano questa operazione, colpiscono
senza alcuno scrupolo non solo la vittima designata, ma anche tutte le persone che costituiscono
la rete dei rapporti di vita di ciascuno, la moglie, i figli, i parenti, gli amici.
Nel mio caso, anche le migliaia di persone che lavorano nella Protezione Civile italiana, specie
coloro che vi si impegnano da volontari, che inevitabilmente si accorgono che qualche schizzo di
questa tempesta puzzolente arriva anche sulle loro uniformi.
Allo stato delle cose, non posso che dirvi la mia rabbia, il mio dolore, la mia sofferenza per questo
modo di travolgere tutto in nome di un preteso diritto a veder chiaro, a scovare i colpevoli e
linciarli, sputtanandoli per toglierli di mezzo.
Questo è il senso dell’operazione contro di me, questa la causa del malessere e della pena che
anche voi vivete.
"Bertolaso, il nostro Capo, un pezzo di merda così? Come abbiamo fatto a non accorgercene, come
abbiamo fatto a impegnarci con tutte le nostre energie senza sapere di essere solo figuranti in una
commedia dove ben altri, protetti e coccolati, erano i veri protagonisti di un sistema distorto,
costruito apposta per dare benefici a chi proprio non li meritava". Sono questi pensieri che
considero possibili ed anche legittimi, da parte di chi ancora crede che sia verità ciò che viene
raccontato in televisione.
Se fossi accusato di un reato preciso, circostanziato, tutto sarebbe più facile. In questa vaghezza, in
questo accostare la mia faccia a chiunque abbia potenzialmente compiuto reati o ci abbia provato,
in questo pretendere che un pezzo di telefonata registrata dimostri e sia prova di cose mai
avvenute, come le mie avventure di sesso con una fisioterapista che semplicemente dava sollievo
alla mia cervicale con una grande professionalità o i miei focosi incontri ravvicinati con una signora
brasiliana che non ho mai avuto l’occasione di avere tra le braccia, non sai come fare ad evitare
che la tempesta si chiuda, almeno, solo su chi è sospettato di esserne parte, senza arrivare ad un
intero sistema che ha, come unica colpa, quello di essere efficiente, capace, pronto, disponibile e
generoso come nessun altro al mondo.
Sento la responsabilità di avervi trascinato in una vicenda di incredibile squallore e tristezza.
Questa la situazione. Come andare avanti?
Con un ritorno alla normalità, per me e tutti noi, che sia migliore di quella di prima.
Posso accettare di tutto, ma non di essere linciato dando ragione a chi si diverte a gettare fango.
Se il Governo mi chiede di lasciare i miei incarichi, la mia valigia è pronta come al solito. Ma se non
me lo chiede il Governo, io resto al mio posto, lavorando per primo a ripulire dal fango la mia
persona, la mia casa, i miei amici e il mio mondo, che non ho mai infangato e non ho mai tradito.
Ho scommesso la mia vita sul servizio al mio Paese, ho scommesso i miei anni a capo del Servizio
Nazionale come un patto di fiducia tra noi e i cittadini, che ho sempre onorato.
Mi batterò per la verità, anche se non interessa a nessuno, tranne che a me, alla mia famiglia e a
molti di voi.
Errori, mancanze di controlli, gente che ha lavorato con noi in modo disonesto: mi considero parte
lesa, non coimputato o colpevole, come mi considero fin d’ora responsabile di qualche possibile
errore ed omissione. Errori ed omissioni che, se ci sono stati, rappresentano errori e omissioni di
uno che non è mai stato e non ha mai voluto essere Superman, rappresentano errori e, fino a
prova contraria, non reati, congiure, atti intenzionali e voluti.
Resto al mio posto, con la speranza di avere presto, prestissimo, ieri, la possibilità di ricominciare
dalle priorità vere del mio e vostro lavoro. Oggi dovrei essere in Calabria, sul fronte della frane,
non in Parlamento a discutere di un falso, come la privatizzazione della Protezione Civile, che non
ho mai voluto e proposto. Il Governo ha deciso lo stralcio della norma che ci autorizzava a creare
una società di servizi, per intervenire in modo assolutamente sicuro e garantista nella gestione di
grandi commesse, per evitare una volta per tutte di dover mettere insieme squadre non del tutto
verificate nella attendibilità dei loro componenti, dotando la Protezione Civile di uno strumento
operativo in più, come già avviene in molte Regioni italiane. Nessuno si è stracciato le vesti in
difesa della democrazia quando l’Emilia Romagna si è dotata di uno strumento del tutto analogo a
quello che avevo proposto di creare.
Niente da fare e spiegare, sono stato accusato di vendere ai privati la Protezione Civile. Vergogna a
chi ha dato per buona questa balla, sentendosi per di più onorato e fiero per essere protagonista
di una "battaglia democratica" del tutto inventata. Ben altri sono i problemi della democrazia, a
cominciare dalla mancata assunzione di responsabilità dei tanti che adesso tuonano contro di me
per i grandi eventi e fino a ieri erano fuori dalla mia porta a chiedere il mio sostegno per dichiarare
grande evento questa o quella iniziativa.
Basta fango. Ho una qualche esperienza nella gestione delle emergenze, so bene che dopo una
scossa ce ne saranno altre, so bene che dopo una colata di fango, se il meteo non cambia, non è
detto che sia finita. Ma so cosa significa mettere in sicurezza, so il valore di ciò che ho fatto
insieme a voi, so benissimo cosa significa una tempesta mediatica, so cos’è un’operazione politica
condotta mirando a Caio per colpire Sempronio. Sono decenni, non mesi, che assumo incarichi
pubblici di responsabilità. Non sono un amichetto di nessuno – forse questa è la mia colpa
principale -, né scelgo i miei "intimi amici" con i criteri dei pretesi maestri di giornalismo, che ieri
riconoscevano almeno in parte le mie ragioni senza rinunciare a condannarmi per le mie
frequentazioni, delle quali nulla sanno e nulla gli interessa sapere. Oggi dalla stessa fonte dovrei
apprendere le competenze della Presidenza della Repubblica, a me evidentemente sino ad oggi
ignote, aggiungendosi al coro stonato di chi pretende le mie dimissioni.
Le dimissioni le ho date, sono state respinte. Ho detto chiaro e tondo chi considero autorizzato a
richiedermele in ogni momento, dichiarandomi a priori disponibile a ripresentarle
immediatamente. Con questo nego a chiunque altro il piacere di essere preso in considerazione da
me su questo argomento, che non mi riguarda perché trasformato in questione di rapporti tra
partiti in campagna elettorale. Non mi occupo di queste questioni, finché dura la colata di fango
debbo occuparmi di questo, non appena potrò avere il respiro necessario tornerò all’agenda dei
miei impegni, che non sono mai stati e non sono nelle alcove di chi ha scelto una vita facile ma in
giro per l’Italia al fianco di chi la Protezione Civile sa cos’è e la pratica tutti i giorni.
Se hanno voluto togliermi onore e dignità, sappiano che queste sono risorse personali che
ciascuno di noi si è costruito con scelte di vita compiute da lunga data e riconfermate ogni giorno.
La mia dignità, il mio onore non sono di carta, non sono immagini, non sono dicerie. Il fango le
sporca, le deturpa, non le cancella e non le corrode.
Mi auguro che quanti di voi mi hanno incontrato capiscano bene ciò che sto dicendo, ne sentano la
verità nel profondo, perché bisogna essere come il mare, in questi casi, sconvolto dalla tempesta
in superficie e ancora calmo, come sempre, qualche metro più sotto.
Se, nel tornare alla normalità, quella migliore di ieri che dobbiamo avere come obiettivo, mi verrà
consentito di fare passi indietro e dar corso, finalmente, al mio progetto di fine anno di lasciare in
altre mani il timone della Protezione Civile per andare in pensione, lo farò volentieri. Ma a
condizione che vi siano tempi di pace e non una emergenza, anche solo mediatica, che coinvolge il
buon nome dell’intera Protezione Civile. Ho la pretesa di lasciare stringendo la mano a ciascuno,
guardandolo negli occhi. Nessuno mi chieda di fuggire, non lo farò.
Faccio mia la sofferenza di tutti coloro che si sentono colpiti ingiustamente per questo attacco
forsennato e squallido che mi riguarda e, da questo patibolo che non ho scelto né meritato, vi
saluto con tutto il mio affetto e la mia fedeltà al patto di rispetto e di onore che ci ha permesso di
realizzare qualcosa di buono, molto buono, troppo buono per non suscitare tempeste di fango.
Buon lavoro a tutti.
Roma, 16 febbraio 2010
Guido Bertolaso

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